Quando la fede smette di convertire e comincia a identificare, diventa ideologia: accade al cristianesimo usato come baluardo civilizzazionale e all’islam ridotto a legge totale. Cambiano i contesti, non la scorciatoia: il sacro viene piegato a tappare vuoti politici, trasformato da domanda radicale sull’uomo in arma simbolica contro l’altro.

Nelle società attraversate da crisi prolungate – economiche, culturali, demografiche – la religione tende a riemergere non come esperienza spirituale, ma come dispositivo identitario. È un fenomeno trasversale, che attraversa contesti molto diversi e che assume forme apparentemente opposte: da un lato l’uso “civilizzazionale” del cristianesimo in alcuni ambienti nazionalisti europei, dall’altro il fondamentalismo islamico in società segnate da frammentazione statuale, tribalismo e assenza di una cultura politica condivisa. I linguaggi cambiano, ma la logica profonda presenta inquietanti somiglianze.

Il tratto comune è la semplificazione radicale del religioso. In entrambi i casi, la fede viene estratta dal suo contesto teologico e spirituale e ridotta a segno di appartenenza. Non importa ciò che si crede, importa a chi si appartiene. Il cristianesimo diventa “radice”, “identità”, “civiltà”; l’islam diventa “legge totale”, “ordine”, “purezza”. In entrambi i casi, il sacro smette di interrogare la coscienza e inizia a funzionare come marcatore politico.

Questa riduzione avviene soprattutto dove manca – o è percepita come fallita – una cultura politica matura. Là dove lo Stato è fragile o delegittimato, come in molte aree del mondo islamico, il fondamentalismo si sostituisce all’ordine politico: non costruisce istituzioni, ma le rimpiazza con un’idea assolutizzata di legge religiosa. Là dove invece lo Stato è solido ma la società vive una crisi di senso, come in Europa, l’uso identitario del cristianesimo non mira a governare direttamente, ma a ricompattare simbolicamente una comunità immaginata come assediata.

In entrambi i casi, il religioso viene chiamato a colmare un vuoto: vuoto di futuro, di fiducia, di rappresentanza. Ma ciò che riempie quel vuoto non è la profondità della tradizione religiosa, bensì una sua versione impoverita e strumentale. Il fondamentalismo islamico opera una selezione drastica del Corano e della tradizione giuridica, espungendo secoli di pluralismo interpretativo. Analogamente, il cristianesimo identitario europeo espunge il Vangelo per conservare simboli, santi, liturgie ridotte a estetica della forza.

Il punto di contatto più delicato è il rapporto con l’altro. In entrambe le declinazioni, l’identità religiosa funziona per opposizione. L’altro non è interlocutore, ma minaccia. La fede non è più apertura universale, ma criterio di esclusione. Si produce così una religione senza conversione, senza misericordia, senza autocritica. Una religione che non chiede di cambiare vita, ma di scegliere un campo.

Le differenze, tuttavia, restano decisive. Il fondamentalismo islamico nasce spesso in contesti segnati da colonialismo, guerre, Stati artificiali e logiche tribali: è una risposta violenta a una modernità percepita come imposizione esterna. L’identitarismo cristiano europeo, invece, nasce dentro la modernità, come reazione difensiva alla sua crisi interna. Non aspira a instaurare una teocrazia, ma a sacralizzare un ordine culturale perduto. È meno rivoluzionario, più nostalgico; meno militante, più simbolico. Ma non per questo meno insidioso.

In entrambi i casi, il risultato è una religione funzionale, adattata alle esigenze del conflitto politico. Una religione che perde la sua capacità critica e profetica. Il cristianesimo, nato come evento che relativizza ogni potere, viene trasformato in legittimazione del potere. L’islam, tradizione giuridica e spirituale complessa, viene ridotto a codice penale e bandiera.

Il vero rischio non è il ritorno del religioso nello spazio pubblico, ma il suo ritorno deformato. Quando la fede smette di essere domanda di verità e diventa risposta identitaria, quando smette di aprire e inizia a chiudere, allora non è più risorsa per la convivenza, ma moltiplicatore di conflitti.

La sfida, per le religioni come per le società, non è scegliere tra fede e politica, ma impedire che la fede venga usata come scorciatoia politica. Perché ogni religione ridotta a identità perde la sua anima. E ogni politica che si nutre di sacro strumentale rinuncia, in fondo, alla responsabilità di pensare il bene comune.