Gli errori della Sinistra nell’avanzata della Destra

Una delle chiavi meno esplorate dell’attuale successo delle destre europee non risiede tanto nella loro aggressività ideologica, quanto in un errore strutturale del campo progressista: l’aver smarrito la capacità di leggere la società reale, sostituendola con una rappresentazione morale di ciò che essa avrebbe dovuto essere. In questo scarto tra realtà e narrazione si è consumata una frattura profonda, che ha lasciato ampi settori sociali privi di linguaggio politico e dunque disponibili a essere intercettati da chi offriva risposte semplici, seppur regressiste.

Per decenni la sinistra europea ha agito come se la storia procedesse in modo lineare, come se l’espansione dei diritti individuali fosse di per sé sufficiente a garantire coesione sociale. Ma una società non vive soltanto di diritti: vive di legami, di appartenenze, di significati condivisi. Ignorando questa dimensione, il progressismo ha progressivamente abbandonato il terreno della comunità, lasciandolo alle destre che lo hanno occupato con una retorica identitaria e autoritaria.

Il fraintendimento più grave riguarda lo Stato sociale. Nato per proteggere i più vulnerabili e ridurre le disuguaglianze, esso è stato difeso sempre più come un simbolo ideologico e sempre meno come un dispositivo concreto di coesione. La sinistra ha finito per confondere la difesa degli ultimi con la rappresentanza di nicchie culturali controverse, spesso percepite – a torto o a ragione – come lontane dalle urgenze quotidiane di chi vive l’insicurezza del lavoro, l’impoverimento delle classi medie, la fragilità delle relazioni. Così facendo, ha lasciato che il disagio materiale venisse interpretato in chiave securitaria, trasformando la paura sociale in consenso politico per le destre.

Ma l’errore più rivelatore è stato quello di emarginare il mondo cattolico, trattandolo come un residuo del passato o come un prolungamento di un potere clericale che appartiene ormai alla storia. Una parte significativa della sinistra continua a leggere il cattolicesimo attraverso le lenti di un anticlericalismo novecentesco, incapace di distinguere tra istituzione e popolo, tra gerarchia e tessuto sociale. In questo modo ha escluso dal proprio orizzonte una delle principali riserve morali e sociali dell’Europa contemporanea.

Oggi, in vasti settori del continente, il cattolicesimo non è più espressione di potere, ma luogo di resistenza sociale: nelle periferie urbane, nei territori impoveriti, tra i lavoratori precari, tra gli anziani soli e spesso anche tra gli immigrati integrati. È lì che si custodiscono pratiche di solidarietà concreta, reti di prossimità, un linguaggio della dignità che avrebbe potuto costituire un alleato naturale di una sinistra autenticamente sociale. Invece, questo mondo è stato guardato con sospetto o ridotto a caricatura, lasciandolo esposto alla strumentalizzazione delle destre.

Il progressismo ha così prodotto un paradosso: mentre si proclamava inclusivo, ha escluso interi universi simbolici; mentre difendeva i diritti, ha smesso di parlare di doveri comuni; mentre celebrava la pluralità, ha imposto un’unica grammatica culturale. In questo contesto, l’estrema destra ha potuto presentarsi come l’unica forza capace di nominare l’identità e il disagio, anche se lo faceva in modo falsificato e pericoloso.

A questo si aggiunge l’incapacità di formulare un’alternativa economica credibile al neoliberismo. Senza un progetto sociale riconoscibile, la politica progressista si è ridotta a una gestione tecnocratica dell’esistente, mentre le paure prodotte dall’economia venivano lasciate senza interpretazione. Ancora una volta, sono state le destre a colmare quel vuoto, trasformando l’insicurezza in risentimento e il risentimento in consenso.

Il risultato è una democrazia culturalmente disarmata, che non viene abbattuta dall’esterno ma svuotata dall’interno. Quando una parte decisiva del campo democratico rinuncia a comprendere la società nella sua interezza – comprese le sue dimensioni religiose, comunitarie e simboliche – apre inevitabilmente la strada a chi promette ordine al posto del conflitto e identità al posto della complessità.

Se la sinistra europea non ritroverà la capacità di distinguere tra progresso e progressismo, tra emancipazione e sradicamento, tra laicità e rimozione del religioso, continuerà a perdere il contatto con il Paese reale. E allora non sarà l’estrema destra ad aver vinto la battaglia decisiva, ma il progressismo ad aver smarrito la propria ragione storica.