Margaret Atwood e il futuro che abbiamo già iniziato a vivere

CULTURA: C’è una letteratura che consola e una letteratura che disturba. Margaret Atwood appartiene senza esitazioni alla seconda categoria. Non perché ami il pessimismo, ma perché pratica una forma rara di scrittura: quella che anticipa il reale senza travestirlo da fantascienza evasiva. La trilogia MaddAddam – composta da L’ultimo degli uomini (Oryx and Crake, 2003), L’anno del diluvio (The Year of the Flood, 2009) e MaddAddam (2013) – è forse il suo testamento narrativo più potente: un grande affresco sul destino dell’umano nell’epoca della tecnica assoluta.

Atwood ha sempre rifiutato l’etichetta di “fantascienza”. Preferisce parlare di speculative fiction: racconti costruiti non su ciò che è impossibile, ma su ciò che è già in gestazione. E la trilogia MaddAddam nasce proprio da questa convinzione radicale: nulla di ciò che racconto è davvero inventato.

1. L’ultimo degli uomini: quando l’uomo diventa un errore di sistema

Il primo romanzo è un’apocalisse senza fuoco e senza Dio. Il mondo è finito non per una guerra nucleare, ma per una razionalità perfetta: quella della biotecnologia governata dal profitto.

Jimmy, soprannominato “Snowman”, sembra essere l’ultimo essere umano sopravvissuto dopo una pandemia globale. Ma il vero protagonista è Crake, genio scientifico che ha deciso di “correggere” l’umanità eliminandone le pulsioni distruttive: aggressività, gelosia, religione, desiderio di dominio. Il risultato sono i Crakers, esseri post-umani biologicamente perfetti, pacifici, programmati per non fare il male.

Il problema?

Per eliminare il male, Crake ha eliminato anche la libertà.

Qui Atwood pone una domanda teologica, prima ancora che politica:

un mondo senza peccato, ma senza scelta, è davvero un mondo salvato?

La risposta resta sospesa, come il destino di Snowman, custode malinconico di un’umanità che si è auto-dichiarata obsoleta.

2. L’anno del diluvio: la profezia dei marginali

Il secondo libro sposta lo sguardo. La fine del mondo, già narrata nel primo romanzo, viene ora raccontata dal basso, attraverso gli occhi di una comunità alternativa: i Giardinieri di Dio.

Sono ecologisti, asceti urbani, quasi monaci laici. Credono nella sobrietà, nel rispetto del creato, in una spiritualità che mescola Bibbia, scienza e liturgia verde. Vivono ai margini del sistema tecnocapitalista, derisi come fanatici. Ma sono proprio loro ad avere intuito l’imminenza del collasso.

Atwood compie qui un gesto narrativo di grande finezza: mostra che la verità non abita nei laboratori ultra-tecnologici, ma nelle periferie del potere. I Giardinieri non salvano il mondo, ma sopravvivono perché non hanno idolatrato il sistema.

È impossibile non cogliere l’eco di una critica radicale alla modernità: non è la scienza in sé a distruggere, ma la sua separazione da ogni etica del limite. In controluce, affiora una domanda che suona profondamente francescana: che tipo di umanità nasce quando si rinuncia al dominio?

3. MaddAddam: imparare a vivere dopo la fine

Il terzo romanzo è il più sorprendente, perché rifiuta il gusto apocalittico. La fine è già avvenuta. Ora si tratta di vivere insieme: umani superstiti, Crakers post-umani, animali geneticamente modificati.

Non c’è redenzione spettacolare, né ritorno all’Eden. C’è piuttosto un lento apprendistato alla convivenza, alla narrazione condivisa, alla memoria. I Crakers iniziano a raccontare storie. A porre domande. A creare miti. L’umano, che Crake voleva cancellare, riemerge proprio lì dove sembrava sconfitto: nel racconto, nella relazione, nel bisogno di senso.

Atwood suggerisce così che ciò che definisce l’umanità non è il DNA, ma la capacità di trasmettere significato. Anche dopo la catastrofe, anche in un mondo ibrido, l’uomo resta tale finché racconta.

Una trilogia per il nostro tempo

Oggi MaddAddam appare meno come una distopia e più come una cronaca anticipata.

Biotecnologie, intelligenza artificiale, capitalismo delle piattaforme, crisi ecologica, selezione degli “utili” e degli “inutili”: tutto ciò che Atwood aveva intrecciato nella finzione è ormai parte del nostro orizzonte quotidiano.

Ma il punto decisivo non è la catastrofe. È la diagnosi spirituale.

La trilogia mostra cosa accade quando l’uomo pretende di salvarsi da solo, eliminando il limite invece di abitarlo. Quando la tecnica diventa redenzione e il mercato liturgia.

In questo senso, MaddAddam non è un romanzo contro la scienza, ma contro la teologia nascosta del tecnocapitalismo, che promette immortalità senza misericordia, perfezione senza relazione, futuro senza memoria.

Perché leggerla oggi

Leggere Atwood oggi significa accettare di essere interpellati, non rassicurati. La sua opera non offre soluzioni, ma smaschera idoli. E lo fa con un’intelligenza narrativa che tiene insieme ironia, compassione e lucidità morale.

In un tempo che sogna l’uomo potenziato, MaddAddam ricorda che l’uomo è tale non perché domina, ma perché si prende cura. Non perché elimina il male con un algoritmo, ma perché continua a scegliere il bene, pur sapendo di poter fallire.

Forse è questa la sua lezione più profonda, quasi evangelica nella sua nudità:

un mondo senza fragilità non è un mondo salvato. È solo un mondo disumanizzato.

E Margaret Atwood, con la precisione di una profetessa laica, ce lo aveva detto molto prima che fosse troppo tardi.