Le parole di Donald Trump sulle isole Chagos – liquidate come un atto di «grande stupidità e debolezza» da parte del governo britannico – non sono soltanto l’ennesima intemperanza diplomatica del presidente americano. Sono, piuttosto, il ritorno del rimosso: la riemersione brutale di una storia coloniale mai davvero risolta, che oggi esplode nel cuore della relazione speciale tra Londra e Washington.
Per Keir Starmer il problema non è solo politico, ma morale e storico. L’accordo con Mauritius sulla restituzione della sovranità dell’arcipelago, mantenendo però la base militare di Diego Garcia tramite un affitto di lungo periodo, nasce per chiudere una ferita aperta da sessant’anni. Ed è proprio quella ferita che Trump, forse involontariamente, ha riaperto.
«L’oggetto dell’operazione è occupare qualche pietra che rimarrà nostra… non dovranno esserci indigeni a parte i gabbiani». Così scriveva nel 1966 Paul Gore-Booth, alto funzionario del Foreign Office, mentre prendeva forma il piano di espulsione degli abitanti delle Chagos. Su quel punto – l’assenza di popolazione – Londra “non doveva assolutamente transigere”.
E infatti non transigette.
Tra il 1968 e il 1972, circa duemila abitanti dell’arcipelago – gli îlois – furono caricati sulle navi e deportati a Mauritius, scaricati sul lungomare di Port Louis senza case, senza lavoro, senza diritti. Il tutto per fare spazio a una base militare richiesta dagli Stati Uniti, che vedevano in Diego Garcia il luogo ideale da cui proiettare potenza sull’Asia meridionale e sull’Africa orientale. Il Regno Unito fece ciò che spesso ha fatto nella sua storia recente: forte con i deboli, docile con i forti.
Per aggirare l’ostacolo della decolonizzazione, Londra separò le Chagos da Mauritius, creando artificialmente il Territorio britannico dell’Oceano Indiano (BIOT), e impose l’accordo come condizione per l’indipendenza mauriziana. Poi dichiarò, falsamente, che le isole non avevano popolazione stabile, ma solo lavoratori temporanei. Così il problema fu cancellato con un atto amministrativo.
Per decenni gli îlois non hanno potuto tornare. Nel 2000 una sentenza dei tribunali britannici riconobbe che l’espulsione era stata illegale e che il ritorno era un diritto. Ma l’11 settembre 2001 cambiò tutto. Diego Garcia divenne un nodo centrale della “guerra al terrorismo”: da lì decollavano bombardieri diretti in Afghanistan e Iraq; da lì passavano detenuti trasferiti tra prigioni segrete. La sentenza rimase lettera morta.
Solo nel 2019 la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato illegale l’intero processo di separazione delle Chagos da Mauritius, decisione poi sostenuta dall’Assemblea generale dell’ONU e dal Tribunale internazionale del diritto del mare. Da quel momento, Londra si è trovata sulla difensiva, costretta a negoziare una via d’uscita che salvasse il diritto internazionale senza rompere con Washington.
È in questo contesto che nasce l’accordo oggi sotto attacco: restituzione della sovranità a Mauritius, affitto della base agli Stati Uniti e al Regno Unito, e – finalmente – possibilità di ritorno per gli îlois. Proprio questo mese, un gruppo di ex abitanti è riuscito a tornare temporaneamente sulle isole, visitando le case ormai inghiottite dalla vegetazione. Non potevano restare. Una nave britannica li ha scortati, ufficialmente per “ricerca ambientale”. Ma il segnale politico era chiaro: il vento è cambiato.
Ed è qui che l’intervento di Trump assume un significato più profondo. La sua furia non sembra tanto difendere Diego Garcia, quanto impedire che il “modello Chagos” diventi un precedente. Se la sovranità può essere separata dal controllo militare senza minare la sicurezza americana, perché pretendere il controllo totale sulla Groenlandia? È questa la contraddizione che Trump tenta di schiacciare con la retorica.
Per Starmer, però, il conto è salato. L’accordo non è ancora ratificato, l’opposizione interna cresce, e ora anche Washington alza il prezzo politico. Ritirarsi significherebbe sconfessare il diritto internazionale; andare avanti significa sfidare apertamente l’alleato più potente.
In controluce, resta una verità scomoda: le Chagos non sono solo una questione strategica, ma una colpa storica. E ogni volta che qualcuno prova a chiuderla, la geopolitica si incarica di ricordare quanto sia difficile liberarsi del proprio passato coloniale, soprattutto quando quel passato è stato costruito “per conto” di qualcun altro.
