«Ci hanno lasciato soli, a nessuno importa di noi»

Paura, stanchezza e un senso profondo di abbandono. È questo il sentimento che accomuna molti iraniani dopo le proteste di massa soffocate nel sangue nelle ultime settimane dalla Repubblica islamica. Le manifestazioni, esplose in varie città contro il regime degli ayatollah, sono state represse con una violenza che molti testimoni definiscono senza precedenti. Oggi, mentre le strade sono tornate apparentemente calme, il prezzo di quella calma è il silenzio imposto con le armi.

Al confine di Kapiköy, tra Iran e Turchia, e nella città di Van, si concentrano in questi giorni decine di iraniani in fuga: chi per raggiungere un volo all’estero, chi per ritrovare una connessione internet dopo il blackout imposto dal regime, chi semplicemente per scappare dalla repressione. Parlano a bassa voce, guardandosi intorno con diffidenza. Sanno che anche fuori dai confini iraniani non sempre si è al sicuro: in passato, dissidenti sono stati rapiti o intimiditi all’estero.

«Agli incroci delle grandi strade di Teheran ci sono forze armate ovunque. Non è permesso nemmeno fermarsi», racconta Reza, che ha lasciato il Paese pochi giorni fa. Internet e telefoni sono stati tagliati proprio nei giorni più duri della repressione, l’8 e il 9 gennaio. «Hanno spento la rete per poter uccidere senza testimoni», dice Zahra, nome di fantasia per proteggere la sua identità.

Le testimonianze parlano di armi da fuoco usate a distanza ravvicinata, di fucili a canne mozze, di coltelli. Ali, vent’anni, che ha partecipato alle proteste nella periferia di Teheran, racconta di essere fuggito per salvarsi la vita. «Non mi dispiacerebbe rischiarla di nuovo. Se muoio, sarà combattendo per il mio Paese», dice. Organizzazioni per i diritti umani come Iran Human Rights, con sede a Oslo, parlano di almeno 3.400 morti, ma altre stime superano i 10.000.

«Abbiamo vissuto altre rivolte, come quella del 2009 o del 2019, ma questa volta è diverso», spiega Zeynab. «Prima conoscevi qualcuno che conosceva qualcuno ucciso. Stavolta tutti conoscono un morto». Il trauma è collettivo, e insieme al dolore cresce la convinzione che il regime non abbia più limiti.

Eppure, accanto alla rabbia, c’è una delusione che pesa quasi quanto la repressione: quella verso la comunità internazionale. In particolare verso gli Stati Uniti e il presidente Donald Trump, che fino a pochi giorni fa invitava gli iraniani a continuare a protestare, promettendo un aiuto imminente, salvo poi escludere un intervento diretto. «Trump vuole fare un accordo con il regime, non gli importa della gente», dice Reza. «Ci hanno lasciato soli», gli fa eco Zeynab. «A nessuno importa di noi».

Il tema dell’intervento esterno divide profondamente gli iraniani. Ali lo invoca apertamente: «Il 70% del Paese è contro il regime, ma il 30% che lo sostiene ha le armi». Altri, come Zahra, sono convinti del contrario: «Un attacco rafforzerebbe gli ayatollah, come fanno le sanzioni. Il regime usa sempre un nemico esterno per giustificare tutto». C’è anche chi vede una spirale perversa: «Trump, Netanyahu e il regime iraniano si alimentano a vicenda», osserva amaramente.

A complicare tutto c’è la mancanza di una leadership chiara e di un progetto condiviso per il “dopo”. Alcuni giovani guardano con nostalgia al passato imperiale e sostengono Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià. Altri temono che sia solo un’illusione mediatica, alimentata da televisioni in esilio che idealizzano un’epoca conclusa da una dittatura. «Io voglio democrazia e libertà, non un nuovo bagno di sangue», dice Reza. «Non basta gridare “morte a Khamenei”».

Molti di coloro che oggi sono a Van torneranno in Iran. Lo faranno con paura, ma anche con una speranza fragile: che le proteste non siano state inutili, che il silenzio imposto non duri per sempre. Per ora, però, resta una sensazione condivisa, ripetuta come un ritornello amaro: il mondo guarda altrove, e l’Iran è solo.