C’è una parola che torna nei corridoi di Bruxelles con un misto di ironia e inquietudine: bazooka. Non è un’arma militare, ma lo strumento commerciale estremo che l’Unione europea minaccia di usare quando la pressione americana sui dazi supera la soglia della negoziazione e diventa coercizione politica. Questa volta il pretesto è artico: la Groenlandia, l’Atlantico del Nord, la proiezione militare in un’area che Washington considera ormai parte integrante della propria sicurezza strategica.

I dazi annunciati dagli Stati Uniti contro i Paesi europei che hanno partecipato, direttamente o indirettamente, al rafforzamento militare in Groenlandia sono il segnale di un cambio di registro: non più alleati che discutono, ma partner che vengono disciplinati. Il commercio come leva geopolitica, il mercato come estensione del Pentagono. È una logica che l’Europa conosce bene, ma che raramente aveva sperimentato con tanta nettezza nei confronti di se stessa.

Da qui il “bazooka europeo”: il meccanismo anti-coercizione, pensato per rispondere colpo su colpo a chi usa l’economia come strumento di intimidazione politica. Non è solo una questione di dazi di ritorsione; è una dichiarazione di maturità strategica. L’Unione dice, in sostanza: se la sicurezza viene usata per piegare il commercio, allora anche il commercio diventa terreno di difesa politica.

In questo scenario, colpisce la posizione assunta da Giorgia Meloni. Reduce da una tournée asiatica in Giappone e Corea del Sud – due Paesi che conoscono bene il prezzo dell’equilibrio tra protezione americana e autonomia nazionale – la presidente del Consiglio prende pubblicamente le distanze da Donald Trump. Non è una rottura ideologica, ma una correzione di rotta. Meloni non rinnega l’alleanza atlantica, ma contesta l’idea che essa possa funzionare come rapporto gerarchico, in cui Washington decide e gli altri pagano.

È un passaggio politicamente significativo. La leader che per anni è stata percepita come la più “atlantista” tra i sovranisti europei riconosce ora che l’America di Trump non chiede alleati, ma clienti fedeli. E che, in questa logica, l’Europa rischia di perdere non solo margini economici, ma dignità politica.

L’Asia, paradossalmente, aiuta a vedere più chiaro. A Tokyo e a Seul l’Italia ha toccato con mano come si possa restare sotto l’ombrello statunitense senza rinunciare a una propria agenda industriale, tecnologica e commerciale. È da lì che Meloni rientra con una consapevolezza diversa: l’autonomia non è antiamericana, è l’unico modo per rendere credibile l’alleanza.

Il bazooka europeo, allora, non è un’arma contro gli Stati Uniti. È un messaggio agli Stati Uniti. Dice che l’Europa non intende più accettare che la sicurezza venga monetizzata a senso unico, né che la fedeltà politica si misuri in punti di PIL persi. Se Washington vuole un’Europa responsabile sul piano militare, dovrà accettare un’Europa adulta sul piano economico.

La vera frattura non passa tra Europa e America, ma tra due idee di Occidente: una fondata sulla cooperazione tra soggetti sovrani, l’altra sulla subordinazione mascherata da protezione. In questo scontro silenzioso, il bazooka europeo è meno rumoroso di quanto sembri. Ma il suo significato è chiaro: l’epoca dell’obbedienza automatica sta finendo. E forse è proprio questo, più dei dazi, a inquietare Washington.