C’è un gesto antico che ritorna ogni anno, quasi in silenzio, e che proprio per questo dice qualcosa di essenziale alla Chiesa e al mondo. Il 18 gennaio, con l’inizio della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, la frammentazione del cristianesimo viene portata davanti a Dio non come problema da risolvere in fretta, ma come ferita da custodire nella speranza.

Nel dopo Angelus di oggiPapa Leone XIV ha voluto ricordarlo con parole sobrie e precise, richiamando i due secoli di storia di questa iniziativa ecumenica: una preghiera nata all’inizio dell’Ottocento, incoraggiata con convinzione da Leone XIII, e strutturata in modo stabile a partire dal 1926, quando furono pubblicati per la prima volta i Suggerimenti per l’Ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani. Da allora, ogni generazione cristiana ha consegnato a quella settimana le proprie domande e le proprie attese.

Il tema scelto per il 2026 è tratto dalla Lettera agli Efesini:

«Un solo corpo e un solo Spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati». Non uno slogan, ma una professione di fede che mette insieme ciò che la storia ha diviso: corpo, Spirito, speranza.

Le riflessioni di quest’anno portano un accento particolare. Sono state preparate da un gruppo ecumenico coordinato dal Dipartimento per le Relazioni Interreligiose della Chiesa Apostolica Armena, in collaborazione con le Chiese armene cattolica ed evangelica. Il materiale è stato elaborato a Surp Etchmiadzin, a Yerevan, sede spirituale e amministrativa della Chiesa armena, nei giorni intensi della benedizione del Muron e della riconsacrazione della Cattedrale Madre, il 28 e 29 settembre 2024, dopo dieci anni di restauri. Un contesto che ha offerto non solo un luogo, ma una memoria: quella di un cristianesimo antico, forgiato dalla prova, capace di custodire la fede come luce.

Non è un dettaglio marginale. L’Armenia è il primo Paese ad aver adottato il cristianesimo come religione di Stato, nel 301. E proprio da quella tradizione provengono inni, preghiere e invocazioni che risalgono fino al IV secolo, oggi riproposti come patrimonio condiviso. «Luce da luce», come recita il Credo niceno, di cui da poco è stato celebrato il 1700° anniversario: Cristo come luce che non divide, ma illumina.

Papa Leone XIV ha invitato esplicitamente tutte le comunità cattoliche a rafforzare in questi giorni la preghiera «per la piena unità visibile di tutti i cristiani». Una precisazione che conta. Perché l’ecumenismo non è soltanto un dialogo teologico, ma una tensione verso una visibilità concreta della comunione, ancora incompiuta.

Il cammino culminerà, come da tradizione, il 25 gennaio, solennità della Conversione di san Paolo, quando alle 17.30 il Papa presiederà i Vespri nella Basilica di San Paolo fuori le Mura. Un luogo simbolico: l’Apostolo delle genti, convertito non per argomenti, ma per incontro.

Intanto, a Roma, la Settimana si declina in una trama di gesti e luoghi. Il 22 gennaio, alle 18.30, nella parrocchia di Santa Lucia (circonvallazione Clodia), si terrà la veglia ecumenica diocesana, presieduta dal cardinale vicario Baldassare Reina, con l’omelia dell’arcivescovo Khajag Barsamian, rappresentante della Chiesa Armena Apostolica presso la Santa Sede. Altri momenti di preghiera seguiranno nei giorni successivi: a Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, a San Gioacchino in Prati, ai Santi Mario e Compagni Martiri, a Santa Maria in Trastevere, dove il 23 gennaio presiederà l’arcivescovo anglicano Anthony Ball, con la partecipazione degli studenti del Centro ecumenico di Bossey. Ogni sera, nella basilica di Santa Maria in Via Lata, il Centro Eucaristico Ecumenico Figlie della Chiesaproporrà la preghiera secondo i diversi riti d’Oriente e d’Occidente.

È una geografia fatta di piccoli passi, non di scorciatoie. E forse è proprio questo il senso più profondo della Settimana: ricordare che l’unità non si decreta, si invoca; non si costruisce con equilibri di potere, ma con una conversione condivisa.

In un mondo lacerato dalle guerre e dalle polarizzazioni, come ha più volte ricordato Papa Leone XIV, l’unità dei cristiani non è un lusso interno, ma una responsabilità storica. Il mondo ha bisogno di testimoni di unità, prima ancora che di analisti delle divisioni.

Pregare per l’unità, allora, non significa ignorare le differenze. Significa credere che esse non siano l’ultima parola. E affidare alla pazienza dello Spirito ciò che la fretta degli uomini ha spesso compromesso.

Perché l’unità, nella tradizione cristiana, non è mai stata un punto di partenza. È sempre stata una promessa.