Nel novembre 2025, a Baltimora, durante l’assemblea plenaria della United States Conference of Catholic Bishops, i vescovi statunitensi hanno approvato un “messaggio speciale” sulla campagna di deportazioni avviata dalla nuova amministrazione Trump. A prima vista, un testo in continuità con decenni di prese di posizione cattoliche sull’immigrazione: solidarietà con le famiglie, difesa della dignità umana, richiesta di una riforma complessiva del sistema. Ma dentro quelle righe, quasi in punta di piedi, è entrata una frase destinata a segnare un passaggio.

L’emendamento, proposto dal cardinale Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago, dice così: «Ci opponiamo alla deportazione di massa indiscriminata delle persone». È la prima volta che l’episcopato cattolico americano utilizza questa espressione in modo esplicito, riferendosi non a un’ipotesi teorica, ma a una pratica in atto.

La frase ha un peso specifico. Perché arriva mentre, negli Stati Uniti, la politica delle deportazioni assume forme sempre più visibili: arresti nei tribunali dell’immigrazioneincursioni nei luoghi di lavorodetenzione di persone senza precedenti penalirevoche improvvise dello status legaleseparazioni familiariuso della paura come metodo, fino alla limitazione dell’accesso ai sacramenti nei centri di detenzione. Non è una questione astratta. È una questione che attraversa le parrocchie.

Non a caso, Papa Leone XIV, nei giorni successivi, ha incoraggiato apertamente i vescovi americani a parlare con chiarezza sulle deportazioni di massa e ha invitato i cattolici degli Stati Uniti ad ascoltare quel messaggio. Non come un documento tra i tanti, ma come una chiamata alla responsabilità ecclesiale.

La geografia di questa responsabilità è già visibile. Il 19 dicembre 2025, a Chicago, davanti al Federal Building che ospita l’ufficio dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), religiosi, fedeli e attivisti si sono ritrovati per una conferenza stampa. Tra loro, il gesuita padre Dan Hartnett, che stringeva un crocifisso e cantava, denunciando pubblicamente l’impossibilità, in alcuni centri di detenzione, di garantire persino l’Eucaristia agli immigrati detenuti.

In altre parti del Paese, la parola dei vescovi ha già preso forma. A San Diego, il vescovo Michael Pham ha invitato sacerdoti e laici ad accompagnare fisicamente gli immigrati alle udienze giudiziarie. A Miami, l’arcivescovo Thomas Wenski ha denunciato con forza le condizioni di detenzione, opponendosi all’uso del centro noto come “Alligator Alcatraz”, nelle Everglades della Florida. A Washington D.C., il cardinale Robert McElroy ha guidato una processione per i migranti, accompagnata da omelie che hanno richiamato apertamente il Vangelo e la Dottrina sociale della Chiesa.

Nell’area di Chicago, a Broadview (Illinois), vescovi e sacerdoti hanno cercato di garantire il diritto alla libertà religiosa degli immigrati detenuti, tentando di portare loro i sacramenti. Gesti che non hanno nulla di ideologico: sono atti pastorali, e proprio per questo politicamente scomodi.

Il contesto, intanto, si fa più duro. Il Department of Homeland Security, rifinanziato dal Congresso con circa 170 miliardi di dollari per i prossimi anni, ha annunciato un’ulteriore intensificazione delle operazioni di enforcement nel 2026 e oltre. La macchina delle deportazioni cresce più velocemente della capacità di indignarsi.

È in questo spazio stretto che nascono iniziative come Catholic Impact (Catholic Immigrant Prophetic Action Project), promossa dal Hope Border Institute di El Paso e dal Center for Migration Studies di New York. L’obiettivo è aiutare diocesi e arcidiocesi a rispondere non solo spiritualmente, ma anche organizzativamente alle conseguenze delle deportazioni di massa: formazione, accompagnamento, difesa pubblica, sostegno materiale.

Il primo incontro regionale si è tenuto l’11 dicembre 2025 a Providence, Rhode Island, ospitato dal vescovo Bruce Lewandowski, con circa 100 partecipanti provenienti da sei diocesi del New England. Un segno che qualcosa si muove, dal basso verso l’alto, come spesso accade nella storia della Chiesa.

Per questo la frase introdotta dal cardinale Cupich non è una nota a margine. È un confine morale. Nominare la “deportazione di massa indiscriminata” significa rifiutare la sua normalizzazione. Significa dire che non tutto ciò che è legale è automaticamente giusto. E che, quando la legge diventa macchina impersonale, la Chiesa non può restare neutrale.

I vescovi statunitensi hanno fatto ciò che era necessario: hanno dato un nome. Ora la credibilità del cattolicesimo americano dipenderà dalla capacità di trasformare quella parola in postura, quella denuncia in cammino condiviso. Perché, come insegna la storia ecclesiale, le parole che restano non sono mai solo quelle pronunciate, ma quelle che qualcuno, prima o poi, ha avuto il coraggio di abitare.