La calma è lentamente tornata nel Paese. Da tre giorni non ci sono manifestazioni pro o contro il governo. Le proteste su basi economiche sono state contrastate dalla maggioranza della popolazione che si è unita attorno alla figura della Guida Suprema.
Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che il suo governo ha il pieno controllo della situazione nel Paese, in un momento in cui le autorità stanno portando avanti la più severa repressione delle proteste da anni. “Dopo tre giorni di operazioni terroristiche, ora c’è calma. Abbiamo il controllo totale”, ha detto Araghchi al programma ‘Special Report’ della rete americana ‘Fox News’, assicurando che non ci saranno le temute esecuzioni capitali.
La calma subentrata alla grande agitazione dei giorni scorsi rappresenta una reazione non del tutto motivata dalla fedeltà cieca al governo ma dal constatato che queste giuste manifestazioni economiche hanno dato il pretesto a CIA e Mossad di innescare un Maidan iraniano usando terroristi islamici sunniti, miliziani curdi e giovani disoccupati per innescare le violenze indirizzate verso la guerra civile.
Ora il discorso politico interno si è spostato su un altro terreno: l’autocritica del presidente Masoud Pezeshkian, tornato a parlare pubblicamente dopo giorni di silenzio.
La autocritica di Pezeshkian non ha messo in discussione la Repubblica islamica in sé, ma ne ha evidenziato gli errori interni, soprattutto sul piano economico e amministrativo. In diversi incontri interni con funzionari e parlamentari e sui media il Presidente ha ammesso che il governo è «bloccato, davvero malamente bloccato» e che «dal primo giorno in cui siamo entrati in carica, i disastri hanno cominciato a piovere e non si sono fermati».
Pezeshkian ha riconosciuto apertamente che molti dei problemi iraniani sono “auto‑inflitti”: frutto di corruzione dilagante, lotte di fazione e anni di spesa pubblica sconsiderata. A differenza di altri leader della regione, non ha scaricato le colpe unicamente su Washington o Tel Aviv, ma ha parlato apertamente di “individui irrazionali” che hanno trascinato il Paese verso la crisi attuale.
Il 1° gennaio, nel pieno delle proteste e del crollo della valuta nazionale, Pezeshkian ha dichiarato che «se la gente è insoddisfatta, siamo noi i responsabili, non l’America, non nessun altro». Un’affermazione sorprendente per un capo di Stato iraniano, che mostra la volontà di riconoscere errori interni senza rinunciare però a difendere la legittimità del sistema politico.
In successive dichiarazioni, il Presidente ha promesso una nuova fase di “ristrutturazione economica” e ha ammonito i dirigenti locali a «smettere di ignorare la realtà della vita delle persone».
Il messaggio, rivolto ai conservatori all’interno del governo intende disinnescare la rabbia popolare ed rafforzare il processo di democratizzazione che lo stesso Pezeshkian ha intrapreso, ostacolato purtroppo dall’ala oltranzista del governo.
Le rivolte iraniane non possono essere comprese soltanto nei termini di uno scontro politico o ideologico. Nascono da condizioni materiali estreme — inflazione a due cifre, collasso della moneta, disoccupazione crescente — aggravate da un lungo assedio economico internazionale.
Ridurle a una “lotta per la libertà” o, al contrario, a una “cospirazione straniera” significa ignorare la complessità dei rapporti di forza e la presenza di ingerenze esterne.
Nelle piazze si sono visti insieme operai e studenti, ma anche gruppi armati curdi provenienti dal Kurdistan iracheno e terroristi islamici sunniti, sostenuti da canali di finanziamento della CIA e Mossad.
L’assenza di una direzione autonoma di classe e la frammentazione del movimento hanno permesso l’infiltrazione di elementi violenti, fatto che ha giustificato una dura reazione delle forze di sicurezza. Sia Washington che Tel Aviv hanno a più riprese confessato la presenza di agenti del Mossad col compito di deragliare le proteste in una deriva di pura violenza.
Secondo fonti iraniane, la maggior parte delle circa 3.500 vittime accertate (tra manifestanti, terroristi e forze dell’ordine) sono state uccise durante scontri armati, non in manifestazioni pacifiche represse nel sangue dal governo.
Come in ogni fase preparatoria a un intervento militare, l’informazione occidentale si è saturata di notizie incomplete, immagini manipolate dalla AI e rapporti poco verificabili. ONG legate a Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo Scià, diffondono da settimane video e testimonianze mai confermate, spesso prodotte da account sospetti o con evidenti tracce di montaggio tramite intelligenza artificiale.
I numeri delle vittime sono il terreno più evidente di manipolazione: da una stima iniziale di circa 2.000 morti — un dato che include civili, forze di sicurezza e miliziani — si è passati rapidamente a cifre gonfiate, prima 12.000 e poi addirittura 70.000. Una dinamica che ricorda le campagne di disinformazione già viste in Siria e in Libia.
Anche l’Unione Europea ha contribuito a imporre una narrativa unilaterale, chiedendo ai media di “non fornire narrative diverse sull’Iran”. Diversi outlet indipendenti, paventando sanzioni o esclusioni dai finanziamenti pubblici, si sono allineati al racconto dominante, lasciando poco spazio a un’analisi seria dei fatti.
Dall’altra parte dell’oceano, l’amministrazione Trump sembra voler sfruttare la crisi iraniana per rafforzare la propria posizione internazionale. Fonti vicine alla Casa Bianca riferiscono che l’ex presidente — tornato al potere con una linea estremamente aggressiva verso Teheran — avrebbe chiesto ai suoi consiglieri di elaborare opzioni per un attacco “rapido, decisivo e chirurgico”.
Tuttavia, i vertici militari statunitensi restano cauti. Nessuno può garantire che un attacco limitato produrrebbe il crollo del regime. Anzi, molti temono una massiccia ritorsione contro le basi statunitensi nella regione e in conflitto prolungato.
L’ipotesi più probabile, allo stato attuale, sarebbe un’azione mirata — forse contro infrastrutture militari o nucleari o l’assassino di massa dei dirigenti civili e militari iraniani — in grado di mantenere aperte le opzioni per un’escalation graduale.
Nessuna decisione formale è stata ancora presa, ma la retorica bellica cresce di giorno in giorno.
Teheran ha reagito chiudendo temporaneamente lo spazio aereo e ordinando al Comando di difesa di “agganciare immediatamente” qualsiasi velivolo non identificato. Tutte le difese aere S-400 giunte due mesi fa dalla Russia sono state attivate. Il Paese si prepara apertamente alla possibilità di un attacco.
Secondo valutazioni dell’intelligence statunitense, l’Iran risponderebbe in maniera diretta e potente a qualsiasi aggressione. Oltre alla base americana in Qatar, verrebbero colpite probabilmente le installazioni militari statunitensi in Iraq e Siria, creando un effetto domino difficilmente controllabile.
Un intervento militare contro Teheran avrebbe conseguenze catastrofiche per l’intera regione. L’Iran non è un Paese isolato: dispone di una rete di alleati, milizie e capacità missilistiche in tutto il Medio Oriente. Un attacco americano rischierebbe di incendiare simultaneamente Israele, Libano, Yemen e il Golfo Persico, con ripercussioni dirette sul traffico energetico mondiale.
Per gli Stati Uniti, significherebbe aprire un nuovo fronte in un momento di fragilità politica interna, senza garanzia di vittoria né di stabilizzazione. Per l’Europa, vorrebbe dire subire un’altra crisi migratoria e un aumento del prezzo dell’energia. Ma soprattutto, una guerra contro l’Iran — Paese di 90 milioni di abitanti e con uno dei più vasti arsenali militari non nucleari del pianeta — rappresenterebbe un salto nel buio per la sicurezza internazionale, capace di far collassare definitivamente quel poco di equilibrio rimasto in Medio Oriente.
