La Machado timidamente ricevuta oggi da Trump. Era necessaria l’udienza privata con Leone XIV ?

C’è un momento in cui la buona intenzione rischia di trasformarsi in un errore politico. E talvolta anche simbolico. La ricezione di María Corina Machado da parte di Papa Leone XIV, avvenuta mentre il presidente venezuelano Nicolás Maduro veniva catturato e trasferito negli Stati Uniti, solleva più interrogativi di quanti ne risolva. Non tanto sulla figura della leader dell’opposizione, quanto sull’opportunità stessa dell’incontro.

Il punto è semplice e, proprio per questo, scomodo: Machado è l’opponente di un presidente rapito da uno Stato straniero, capo di uno Stato sovrano — lo stesso Stato di cui il Papa è cittadino. In una fase così delicata, con il Venezuela sospeso tra vuoto di potere, diritto internazionale aggirato e una transizione tutta da definire, l’immagine del Pontefice che riceve una delle parti politiche in causa appare quantomeno problematica. Non è il massimo, né sul piano diplomatico né su quello simbolico.

Ancora di più se si considera che neppure Donald Trump, artefice dell’operazione contro Maduro, considera Machado una figura realmente in grado di guidare il Paese. La Casa Bianca lo ha ribadito senza esitazioni: il presidente americano non ha cambiato idea. Non vede in lei il consenso, né gli strumenti, per diventare la nuova leader del Venezuela. Trump guarda altrove: alla stabilità, al controllo del narcotraffico, all’immigrazione e — soprattutto — al petrolio. La democrazia può aspettare. Le elezioni verranno, forse, ma senza urgenze.

Qui emerge il paradosso. Machado viene ricevuta in Vaticano come possibile volto della transizione, ma non è sostenuta né dal popolo in modo evidente né dalla potenza che oggi controlla di fatto il dossier venezuelano. Le piazze non esultano per l’arresto di Maduro. E Washington lavora serenamente con ciò che resta del chavismo, a partire dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez, dal ministro della Difesa Padrino e dall’onnipresente Cabello. È con loro che Trump parla di petrolio, minerali e sicurezza. Non con Machado.

Anche all’interno della Santa Sede, secondo quanto emerso, i dubbi non mancano. Il timore è che Machado sia troppo divisiva, troppo schierata, incapace di guidare una riconciliazione nazionale in un Paese lacerato. Una transizione democratica imposta dall’alto, o sponsorizzata dall’esterno, rischierebbe di apparire come una sostituzione di élite più che come una vera rinascita politica.

E allora la domanda si fa inevitabile: a che titolo gli Stati Uniti trattengono oggi Maduro e sua moglie a New York, se è caduta l’accusa più grave di narcotraffico come capo di cartello? Il diritto internazionale resta sospeso, e con esso la credibilità di chi invoca legalità e democrazia mentre agisce per eccezioni.

In questo scenario confuso, il gesto del Papa — pur animato dal desiderio di pace e dialogo — rischia di essere letto come uno sbilanciamento. Peggio: come una legittimazione indiretta di una figura che non ha, al momento, né un mandato popolare chiaro né un riconoscimento politico concreto. Il rischio, tutt’altro che teorico, è che la frustrazione del popolo venezuelano si riversi anche contro la Chiesa cattolica, percepita come vicina a una parte e non come spazio di mediazione.

Trump, intanto, appare egli stesso privo di una strategia coerente. Aveva un piano, forse più economico che politico. Ma anche quel piano scricchiola: Exxon ha già fatto sapere di non essere interessata a investimenti miliardari; la Cina dispone di approvvigionamenti petroliferi così diversificati che la caduta di Maduro le cambia poco o nulla. Il Venezuela non è la chiave energetica che qualcuno aveva immaginato.

E allora?

Siamo davanti a un intreccio di forzature, simboli mal collocati e tempi sbagliati. In questo bordello geopolitico, come lo definiscono con brutale onestà alcuni osservatori, forse la vera urgenza non era ricevere un’opposizione senza potere reale, ma ribadire un principio semplice: nessuna transizione è legittima senza il popolo, nessuna pace è credibile senza diritto, nessuna mediazione è efficace senza distanza dalle parti.

A volte, anche il silenzio istituzionale è una forma di saggezza. Qui, forse, sarebbe stato più opportuno.