Il governo rialza la testa, gli Houthi tornano a fare i conti con la guerra

Dopo anni di stallo e frammentazione, il governo yemenita sostenuto dall’Arabia Saudita tenta di ricompattare il fronte militare e politico. La nascita di un comando unificato e la svolta saudita nel sud del Paese riaprono una domanda che sembrava archiviata: lo Yemen si prepara davvero a una nuova offensiva contro gli Houthi, o è solo l’ennesima partita di deterrenza in una guerra mai finita?

Nel lessico della guerra yemenita, l’annuncio di un nuovo comitato militare può suonare come una delle tante sigle nate e morte nel deserto della politica. Ma stavolta la notizia ha un peso diverso: per la prima volta dopo anni di frammentazione, il governo riconosciuto a livello internazionale (il Presidential Leadership Council, PLC) prova a presentarsi come un centro di comando unico. E questo, nel teatro yemenita, è già un evento.

La domanda che circola nelle capitali del Golfo – e nelle stanze dove si decide la sicurezza delle rotte del Mar Rosso – è semplice e terribile: Aden si prepara davvero a un’offensiva contro gli Houthi? Oppure siamo davanti all’ennesimo tentativo di compattare alleati recalcitranti, più che di marciare su Sana’a?

Il segnale politico: “unire le forze” prima di muovere i cannoni

Il presidente del PLC Rashad al-Alimi ha annunciato la creazione di un Supreme Military Committee, con il compito di integrare e coordinare le molteplici forze anti-Houthi, storicamente divise tra fedeltà locali, milizie, reti tribali e sponsor regionali.  

In Yemen, dove la guerra è stata spesso “federazione di micro-eserciti”, il tentativo di unificare la catena di comando è, di per sé, un messaggio: non si minaccia Sana’a finché non si mette ordine ad Aden.

L’elemento più rilevante non è tanto l’architettura istituzionale, quanto il tono: al-Alimi ha lasciato intendere che, se “le milizie” respingono le soluzioni pacifiche, si entra in una fase successiva.  

La formula è diplomatica, ma l’implicito è militare: preparazioneprontezzafase successiva.

La finestra saudita: perché Riyadh oggi potrebbe essere meno paziente

La variabile decisiva resta l’Arabia Saudita. Per anni Riyadh ha oscillato tra il desiderio di chiudere il capitolo yemenita e la paura di lasciare agli Houthi (allineati all’Iran) un’entità armata e ideologizzata sul confine. Ora però è accaduto qualcosa che ha rimesso in movimento i pezzi: la crisi nel sud.

Lo scontro con il Consiglio di Transizione del Sud (STC), sostenuto dagli Emirati, e il successivo contrattacco saudita-governativo hanno mostrato una Riyadh insolitamente assertiva, fino a colpire obiettivi legati alla filiera STC e ad accusare Abu Dhabi di complicità nel caos meridionale.  

L’episodio più emblematico è la fuga del leader separatista Aidarous al-Zubaidi, con accuse saudite di “esfiltrazione” emiratina e conseguente ulteriore logoramento del rapporto tra i due alleati del Golfo.  

Tradotto: se Riyadh ha deciso di disciplinare il fronte sud anche a costo di irritare Abu Dhabi, potrebbe sentirsi più libera di ridisegnare anche il dossier Houthi, soprattutto se giudica finita la stagione dei compromessi inconcludenti.

Il calcolo degli Houthi: “resistere è vincere”

Dal punto di vista Houthi, la sopravvivenza è già una narrazione di vittoria: hanno resistito alla lunga campagna a guida saudita, hanno consolidato un potere di fatto nel nord-ovest e hanno costruito deterrenza anche attraverso la dimensione regionale (Mar Rosso e proiezione missilistica).  

Il problema è che la deterrenza funziona finché il nemico resta diviso. Una forza anti-Houthi più integrata – se davvero nascerà – è un rischio che il movimento non vedeva da anni.

E qui torna un precedente istruttivo: Hodeidah, 2018. Quando gli anti-Houthi arrivarono vicini a strappare il porto, la pressione internazionale fermò l’assalto.  

Oggi però il contesto è cambiato: dopo la crisi del Mar Rosso, molti attori internazionali potrebbero avere minore propensione a bloccare un’operazione che punti a ridurre la leva Houthi sulle rotte marittime. Questo non significa che l’offensiva sia certa, ma che la soglia politica dell’intervento esterno potrebbe essere diversa.

Se l’attacco ci fosse, da dove passerebbe

Se il PLC e i sauditi decidessero di “scongelare” il conflitto, la logica militare suggerirebbe una direttrice più praticabile: la costa e i nodi logistici, più che le montagne verso Sana’a. Ed è qui che Hodeidah torna centrale: perdere il porto sarebbe un colpo economico e strategico per gli Houthi, oltre che un indebolimento della loro capacità di proiezione sul Mar Rosso.  

Ma anche questo scenario ha un vincolo enorme: lo Yemen resta un Paese in emergenza umanitaria cronica. Un’offensiva su un grande porto, o lungo assi densamente popolati, riaprirebbe immediatamente il dilemma che in Yemen si ripete come una condanna: come fare guerra “decisiva” senza trasformare la popolazione in ostaggio della fame, dei prezzi e del collasso sanitario.

Quindi: si stanno preparando ad attaccare?

La risposta più onesta è: si stanno preparando a poterlo fare, che è diverso dal volerlo fare domani.

  • La creazione del Supreme Military Committee indica una messa in ordine del fronte interno e un tentativo di catena di comando più coerente.  
  • La crisi con lo STC e il braccio di ferro saudita-emiratino suggeriscono che Riyadh sta ridefinendo le priorità e vuole controllo sui proxy prima di aprire nuovi fronti.  
  • Gli Houthi percepiscono il rischio di una fase nuova proprio perché capiscono che, se gli avversari smettono di litigare tra loro, la loro “decennale presa” sul nord-ovest diventa meno scontata.  

Il punto, in definitiva, è che lo Yemen potrebbe stare entrando in un tempo diverso: non ancora l’offensiva, ma la costruzione delle condizioni perché l’offensiva diventi un’opzione credibile. E quando, in Medio Oriente, un’opzione militare diventa “credibile”, la diplomazia comincia spesso a correre tardi.