C’è una parola che nella storia della politica estera americana ha sempre suonato sinistra: help. Aiuto. È la parola che Donald Trump ha scelto per rivolgersi agli iraniani in piazza, promettendo che “gli Stati Uniti sono pronti” e invitandoli a continuare a protestare. Un linguaggio enfatico, urlato, come nel suo stile. Ma dietro l’enfasi, questa volta, non c’è solo propaganda: c’è il ritorno di una logica che Trump aveva giurato di aver sepolto, quella neoconservatrice del cambio di regime mascherato da liberazione.
Per anni Trump si è costruito un profilo politico alternativo al repubblicanesimo interventista: America First, niente guerre inutili, niente avventure imperiali. Eppure, a pochi mesi dal suo ritorno alla Casa Bianca, il lessico è cambiato. Non più solo minacce nucleari e demonizzazione dell’Iran come pericolo esistenziale, ma una nuova narrazione “umanitaria”: gli iraniani come popolo da salvare, Washington come soccorritore.
Il problema è che l’Iran conosce molto bene questo copione. Ogni volta che gli Stati Uniti hanno parlato di “aiuto”, il risultato è stato destabilizzazione, violenza, autoritarismo più profondo. Dal colpo di Stato del 1953 contro Mossadeq – orchestrato dalla CIA – fino alle sanzioni economiche che oggi strangolano la popolazione molto più delle élite, l’intervento americano ha raramente prodotto libertà. Ha prodotto, piuttosto, inflazione, isolamento, radicalizzazione.
Ed è qui che l’ipocrisia diventa evidente. Trump promette “aiuto” a un popolo che soffre anche a causa delle sanzioni che lui stesso mantiene e rafforza. Sanzioni che colpiscono salari, medicine, beni essenziali. La protesta sociale in Iran non nasce nel vuoto: nasce in un contesto economico devastato, dove la guerra finanziaria ha fatto ciò che le bombe non hanno fatto. Presentarsi ora come salvatore equivale a gettare benzina sull’incendio e poi offrirsi come pompiere.
Il cambio di tono non è casuale. La retorica della “libertà” è un dispositivo collaudato: consente di riattivare la vecchia ossessione del regime change senza dirlo apertamente. Non più “dobbiamo fermare il programma nucleare iraniano”, ma “dobbiamo aiutare un popolo oppresso”. È la stessa grammatica morale che ha giustificato l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia. Stesse parole, stesse promesse, stessi esiti.
A rendere il quadro ancora più paradossale è l’allineamento con Israele. Il sostegno espresso da Benjamin Netanyahu ai manifestanti iraniani suona come una caricatura tragica della diplomazia contemporanea: chi guida una guerra devastante a Gaza si erge a difensore dei diritti civili altrui. Ma nel nuovo asse Trump-Netanyahu, la coerenza morale non è una priorità; lo è invece la costruzione di un nemico permanente, funzionale tanto alla politica regionale quanto alla distrazione dell’opinione pubblica interna.
Ed è proprio questo un altro elemento chiave. L’“aiuto” all’estero arriva mentre negli Stati Uniti si restringono spazi democratici, si militarizza il controllo interno, si normalizza la violenza delle forze federali. La proiezione messianica verso l’Iran diventa così anche un espediente di distrazione, un modo per riproporre il mito dell’America salvatrice mentre la casa brucia dall’interno.
Trump, che amava presentarsi come l’anti-Bush, sembra oggi riscoprire Bush nei contenuti, se non nello stile. Stessa invocazione di Dio, stessa semplificazione morale del mondo, stesso disprezzo per le conseguenze umane delle decisioni geopolitiche. Con una differenza: oggi il mondo è più fragile, più polarizzato, meno disposto a credere alle favole democratiche sganciate dall’alto.
Per questo, se c’è qualcosa di cui l’Iran non ha bisogno, è dell’“aiuto” americano. Ha bisogno di spazio politico interno, di fine delle sanzioni collettive, di pressione diplomatica multilaterale reale, non di tweet presidenziali che odorano di guerra per procura. La libertà non nasce sotto tutela armata. E ogni volta che Washington ha provato a esportarla, ha lasciato dietro di sé macerie, rancore e nuove dittature.
Il vero pericolo, oggi, non è solo ciò che Trump dice. È ciò che la sua retorica prepara. Perché quando l’“aiuto” torna a essere il linguaggio della potenza, la storia insegna che la libertà è la prima vittima collaterale.
