Ci sono giorni in cui le notizie non informano: assediano. L’Iran, da due settimane, è in uno di quei giorni che non finiscono mai. Le cifre delle vittime cambiano come cambiano le ombre nelle strade senza luce: 648 nomi verificati, poi 1.850, poi 3.000 stimati, poi 12 mila, e qualcuno — oltreoceano — sussurra perfino 20 mila. In mezzo, la materia più fragile: corpi, famiglie, telefoni che tornano a squillare solo per dire “è un massacro” e poi ricadere nel vuoto.

La violenza, intanto, non è più il rumore di uno scontro: somiglia a un metodo. Il blackout di internet non è un incidente tecnico, ma un’architettura di silenzio; la caccia alle antenne Starlink non è un dettaglio tecnologico, ma una guerra contro l’immagine, perché ciò che non si vede non esiste, e ciò che non esiste non scandalizza. Arresti rapidi, processi invisibili, condanne annunciate alle famiglie come si consegna una sentenza già scritta. Quando un potere si comporta così, non sta “controllando” un Paese: sta difendendo sé stesso.

E poi c’è la frase che irrompe come un proclama: «L’aiuto è in arrivo, continuate la protesta». Donald Trump parla ai manifestanti iraniani da un continente di distanza e, nello stesso tempo, consiglia agli americani di lasciare il Paese. È un doppio gesto: incoraggiamento e ritirata. Promessa e prudenza. E soprattutto un interrogativo: che cosa significa, oggi, “aiuto” in una crisi che può diventare un incendio regionale?

Perché l’Iran non è un’isola. Ogni parola americana fa muovere le placche tettoniche del Medio Oriente: Israele riunisce i suoi gabinetti di sicurezza, Mosca denuncia minacce “inaccettabili”, Pechino respinge la logica dei dazi e delle sanzioni extraterritoriali. Hezbollah e milizie sciite avvertono che un attacco a Teheran non resterà confinato; il Qatar ripete che un’escalation sarebbe catastrofica; l’Oman tenta la pazienza della mediazione. È la solita geometria dell’instabilità: quando una capitale traballa, altre capitali prendono posizione.

L’Europa, nel frattempo, compie gesti che hanno la dignità del diritto e la debolezza della distanza. Convoca l’ambasciatore iraniano a Bruxelles; a Roma Tajani lo chiama alla Farnesina; Berlino, Londra, Madrid seguono la stessa linea. Von der Leyen promette sanzioni rapide. Metsola invoca la memoria di Berlino e di Vilnius per dire che i muri crollano. Sono parole necessarie, ma non bastano a fermare una pallottola, né a riaprire una rete chiusa per decreto.

La crisi ha anche un volto di propaganda, e qui il cinismo diventa quasi perfetto. Il regime sostiene che dietro le uccisioni ci siano “terroristi” e regie straniere; mostra video al corpo diplomatico per trasformare la protesta in vandalismo; criminalizza la tecnologia come spionaggio. Dall’altra parte, l’opposizione in esilio cerca un perno, un nome che compatti: Reza Pahlavi torna a essere invocato in piazza, e a Washington qualcuno lo incontra in segreto. È un’altra tentazione, antica quanto le rivoluzioni: credere che la storia abbia bisogno di un volto solo, perché il popolo, da solo, fa paura anche agli amici.

Eppure, mentre le cancellerie giocano con i simboli, la sostanza resta inchiodata alle biografie. Un ragazzo di diciassette anni ucciso a Kermanshah diventa un emblema. Un ventiseienne che rischia l’impiccagione domani diventa un monito. In un Paese dove l’informazione è tagliata, la morte diventa voce. E la voce — anche se soffocata — trova sempre una fessura.

Qui sta il nodo: se l’“aiuto” è un passo verso la guerra, sarà pagato da chi protesta a mani nude. Se l’“aiuto” è solo un messaggio da social, servirà a poco più che a scaldare l’eco. Se invece l’“aiuto” significa protezione concreta dei civili, pressione internazionale coerente, corridoi di comunicazione, strumenti per impedire l’impunità, allora ha un senso: perché non chiede sangue in cambio di libertà.

L’Iran di queste ore è sospeso tra due abissi: la repressione interna e la strumentalizzazione esterna. Il rischio più grande è che la sofferenza reale venga trasformata in argomento, e l’argomento in pretesto. E che alla fine, quando la polvere si poserà, resterà solo ciò che resta sempre dopo le grandi parole: il conto dei morti — e il silenzio dei vivi.