La notte di Capodanno a Crans-Montana non è stata soltanto una pagina di cronaca nera. Con l’arresto dei proprietari del locale “Le Constellation”, l’inchiesta ha oltrepassato il confine dell’incidente per entrare in quello più scomodo delle responsabilità personali e strutturali. Il Tribunale di Sion ha convalidato la detenzione preventiva di Jacques Moretti, che gestiva il locale insieme alla moglie Jessica, motivandola con il rischio di fuga e lasciando aperta la possibilità di misure alternative, come la cauzione, qualora ne ricorrano le condizioni.
Non un errore, ma una catena di scelte
I capi d’imputazione ipotizzati – omicidio colposo, lesioni colpose, incendio colposo – raccontano una storia nota nei disastri collettivi: non il dolo, ma l’accumularsi di negligenze, omissioni e violazioni delle regole di sicurezza. Qui l’indagine non si concentra su una singola scintilla, bensì su un sistema di decisioni: materiali utilizzati, capienza reale, vie di fuga, controlli periodici, pratiche “scenografiche” come i bengala sulle bottiglie. In un seminterrato affollato, ogni scelta pesa. E pesa, soprattutto, un dato che ha già assunto valore simbolico: le ispezioni antincendio non risulterebbero effettuate dal 2019.
Le ombre del passato e la credibilità della gestione
Nel profilo dei gestori emergono elementi anteriori alla tragedia. La stampa ha ricordato precedenti giudiziari e una condanna in Francia nel 2008 per induzione aggravata alla prostituzione. In Vallese sarebbero inoltre esistiti dossier amministrativi: uno sui fondi Covid (poi archiviato, secondo quanto riferito) e un altro originato da segnalazioni di dipendenti su turni, riposi e lavoro notturno non retribuito.
È necessario dirlo con chiarezza: questi elementi non dimostrano automaticamente colpe penali per l’incendio. Ma incidono su un punto decisivo: la credibilità pubblica del management della sicurezza. Dopo una strage, la società non guarda solo all’evento, ma alla storia di chi aveva la responsabilità di prevenire.
Il nodo simbolico della “cassa”
Tra le immagini che hanno scosso l’opinione pubblica ce n’è una più di altre: la presunta fuga con l’incasso. Circolano video e ricostruzioni secondo cui Jessica Moretti sarebbe stata ripresa mentre si allontanava portando con sé il registratore di cassa. Le immagini sono al vaglio degli inquirenti e, allo stato, restano ipotesi.
Se però il significato di quei filmati fosse confermato, l’impatto andrebbe oltre il piano penale. In una tragedia con decine di morti, l’idea – anche solo plausibile – di mettere in salvo il denaro mentre le persone lottano per uscire diventa un fatto morale e simbolico. È la rappresentazione di ciò che molti chiamano cinismo: quando, nel momento decisivo, il valore attribuito alla proprietà supera quello attribuito alla vita.
Lacrime, scuse e verità
C’è poi la dimensione umana: le lacrime davanti alle telecamere, le scuse, le dichiarazioni brevi. È possibile che il dolore sia autentico. Ma la commozione non sostituisce le prove. Una persona può piangere e, nello stesso tempo, aver compiuto scelte sbagliate. La domanda decisiva non è psicologica, bensì oggettiva: cosa documentano i fatti, cosa attestano le testimonianze, quali omissioni risultano accertate.
Quando la festa si trasforma in trappola
La cronaca ha già consegnato parole che pesano: semiterrato, affollamento, vie di fuga. A queste se ne aggiunge una quarta, spesso dimenticata: la filiera dei controlli. Se per anni non si è ispezionato, la responsabilità non può fermarsi al singolo locale. Si apre una questione più ampia che riguarda amministrazioni, tolleranze, silenzi.
Le domande che circolano fuori dalle aule
Nei giorni successivi all’incendio è emersa anche un’altra domanda, amplificata dai social e da alcune analisi giornalistiche: esistono legami con economie opache o ambienti criminali, in particolare corsi?
Al momento non esiste alcuna imputazione per criminalità organizzata, né un’ipotesi giudiziaria che configuri un coinvolgimento mafioso. È essenziale dirlo. Ma è altrettanto legittimo interrogarsi sul contesto.
La criminalità corsa è una realtà storicamente studiata: un modello mafioso europeo fondato su gestione familiare, investimenti nell’economia legale, ristorazione e locali notturni. Evocarla non significa accusare, bensì richiamare analogie strutturali quando emergono traiettorie economiche rapide, concentrazione di potere, liquidità non spiegata.
Ascesa economica e zone grigie
Attorno ai locali dei Moretti si è sviluppata, in pochi anni, un’ascesa economica anomala: attività, immobili, investimenti senza apparente ricorso al credito. In Svizzera questo non è un reato. Ma nelle località d’élite il credito è norma perché traccia i flussi. Quando la crescita avviene quasi esclusivamente per liquidità, l’opacità diventa un dato oggettivo.
A ciò si aggiungono racconti di potere informale: pressioni reputazionali, risposte intimidatorie a recensioni negative, minacce di “segnalazioni” a istituzioni prestigiose. Non è decisivo stabilire se tali connessioni fossero reali o millantate. Conta che funzionassero come deterrente. È il linguaggio tipico delle zone grigie, dove non serve la violenza: basta far capire che conviene tacere.
I controlli che non arrivano
L’assenza di ispezioni antincendio per anni non appare come una semplice dimenticanza. Nelle località turistiche di fascia alta, controllori e controllati condividono spesso lo stesso spazio sociale. Quando un’attività produce fatturato, visibilità e consenso, il controllo tende a rarefarsi. Non è sempre corruzione. È qualcosa di più sottile: il patto tacito della convenienza.
Oltre il processo
Oggi i gestori sono indagati per omissioni di sicurezza, omicidio e lesioni colpose. La magistratura stabilirà le responsabilità penali. Ma restano fuori dall’aula le responsabilità politiche, economiche e culturali.
Crans-Montana non è solo il luogo di una tragedia. È il simbolo di un’Europa in cui il denaro spesso corre più veloce delle domande, dove il potere si esercita prima del reato e i controlli arrivano dopo i morti.
Le vittime non chiedono vendetta. Chiedono qualcosa di più difficile: che le zone grigie vengano illuminate prima, non dopo, del prossimo incendio.
