L’Iran vive uno dei momenti più delicati degli ultimi anni, stretto tra proteste interne sempre più radicali, una repressione dura e opaca e il ritorno dello spettro di un confronto diretto con gli Stati Uniti. Teheran afferma di stare “studiando” le proposte inviate da Washington, ma il linguaggio che accompagna questa apertura apparente è carico di diffidenza, minacce incrociate e retorica bellica.
La piazza e il potere
Le manifestazioni, iniziate a fine dicembre per l’aumento del costo della vita e il collasso dell’economia, si sono rapidamente trasformate in una sfida politica al sistema nato con la rivoluzione del 1979. Il governo parla di “rivolosi” e “terroristi”, mentre gli attivisti denunciano una repressione che avrebbe causato centinaia di morti tra i manifestanti, numeri impossibili da verificare in modo indipendente a causa di un blackout quasi totale di Internet, ormai entrato nel suo quarto giorno.
Le autorità, invece, insistono su un’altra narrazione: oltre 100 membri delle forze di sicurezza uccisi, tre giorni di lutto nazionale per i “martiri”, e una protesta che sarebbe stata strumentalizzata dall’estero. È la vecchia grammatica del potere iraniano: il dissenso come prodotto di interferenze straniere.
Il doppio messaggio di Teheran
Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha confermato che le comunicazioni con l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff sono aperte e continue, prima e dopo l’esplodere delle proteste. Le proposte americane sono “sul tavolo”, dice, ma vengono “studiate”. Al tempo stesso, però, accusa Washington di voler usare la violenza delle proteste come pretesto per un intervento militare.
Questa ambiguità riflette una frattura interna al sistema iraniano: da un lato la consapevolezza che senza un alleggerimento delle sanzioni l’economia non ha vie d’uscita, dall’altro la paura di apparire deboli davanti a una piazza in ebollizione e a un avversario storico come gli Stati Uniti.
Trump e la politica della minaccia
Dal canto suo, Donald Trump torna a esercitare una pressione brutale. Parla di “opzioni molto forti”, lascia intendere che l’intervento militare non sia escluso e fa sapere che l’esercito americano sta “studiando la situazione”. La Casa Bianca ribadisce che la diplomazia resta la prima opzione, ma aggiunge una frase che a Teheran suona come un avvertimento: Trump “non ha paura di usare la forza letale”.
È una strategia nota: combinare sanzioni economiche soffocanti, minacce militari e contatti con l’opposizione per spingere il regime al tavolo negoziale da una posizione di debolezza. Secondo diversi analisti, le proteste dimostrerebbero che questa linea “sta funzionando”, perché il regime non riesce più a offrire soluzioni concrete ai problemi strutturali del Paese.
Europa e Russia: pressioni opposte
L’Unione europea osserva con crescente inquietudine. L’Alto rappresentante Kaja Kallas ha dichiarato di essere pronta a proporre nuove sanzioni in risposta alla “brutale repressione” dei manifestanti, sottolineando che l’Iran è già sotto un regime sanzionatorio pesantissimo.
Mosca, invece, si muove in direzione opposta. Il segretario del Consiglio di sicurezza russo Sergei Shoigu ha condannato ogni tentativo di interferenza straniera negli affari interni iraniani, confermando il coordinamento strategico tra Russia e Iran, soprattutto sul piano della sicurezza.
Il nodo vero: economia e legittimità
Al di là delle dichiarazioni incrociate, il punto centrale resta uno solo: l’economia iraniana è al collasso. Crisi energetica, crisi idrica, inflazione, disoccupazione e mancanza di investimenti esteri rendono impossibile qualsiasi risposta strutturale senza un accordo con l’Occidente. Ma negoziare sotto minaccia, mentre la piazza brucia e la repressione aumenta, rischia di minare ulteriormente la legittimità del regime.
Un equilibrio instabile
L’Iran oggi cammina su una linea sottilissima: reprimere senza scatenare un’esplosione incontrollabile, negoziare senza perdere la faccia, resistere alle pressioni esterne senza precipitare in una nuova guerra regionale. La riaccensione di Internet, annunciata come imminente, sarà un primo segnale per capire se Teheran vuole davvero mostrare che “la situazione è sotto controllo” o se sta solo guadagnando tempo.
Nel frattempo, il Paese resta sospeso tra piazza, caserme e diplomazia, mentre il rischio più grande è che la crisi interna diventi l’ennesimo terreno di scontro geopolitico. E in Iran, quando la politica internazionale entra nelle strade, sono quasi sempre i cittadini a pagare il prezzo più alto.
