Nel pieno del dodicesimo anno di guerra, il capo della Chiesa greco-cattolica ucraina richiama il suo popolo all’unità, al sacrificio personale e alla lotta contro la corruzione: la vera vittoria, avverte, non arriverà dagli alleati, ma da una rinascita morale capace di trasformare il conflitto in battaglia spirituale tra luce e tenebre.
C’è un modo particolare, quasi paradossale, in cui l’Avvento risuona nelle terre di guerra: non come attesa lieve, ma come lamento che cerca un varco nella notte. In Ucraina, quest’anno, la voce che si alza è quella dell’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk, una voce che conosce l’odore dei rifugi, il rombo dei missili, la stanchezza morale di un popolo che non vuole arrendersi. Eppure — paradosso ancora più grande — il suo messaggio non parla prima di geopolitica, né di strategie militari, né di conferenze internazionali: parla dell’anima.
Shevchuk scrive che la guerra è “esistenziale”, non nel linguaggio enfatico della propaganda, ma nel senso più crudo del termine: riguarda ciò che l’Ucraina vuole essere. Un Paese libero o una terra piegata alla violenza? Una comunità costruita sulla verità o un territorio nuovamente consegnato ai fantasmi sovietici? È uno sguardo verticale, non solo orizzontale: non si limita alla difesa dei confini, ma interroga il fondamento morale della nazione.
È in questo orizzonte che la parola “vittoria” cambia volto.
Per Shevchuk, la vittoria non arriverà sui tavoli degli alleati né nei comunicati delle cancellerie. Non ci sarà pace — né militare né politica — se prima non si produce una conversione interiore. Ogni ucraino, scrive, deve essere disposto a un proprio sacrificio: tempo, energie, lavoro, persino la rinuncia alla comodità. Non è eroismo romantico: è la convinzione radicale che solo la somma di mille sacrifici individuali può creare un bene comune capace di resistere all’aggressione.
E poi il punto nevralgico: la corruzione.
Non come incidente storico, ma come malattia che divora l’interno di un Paese anche mentre difende l’esterno. Shevchuk lo dice con durezza evangelica: nessuna guerra potrà essere vinta se lo Stato resta prigioniero di modelli paralizzanti, di inerzie sovietiche, di poteri opachi che sottraggono ossigeno a esercito, economia, istituzioni.
La battaglia anticorruzione, in altre parole, non è un capitolo amministrativo: è il cuore della resistenza.
La sua voce ricorda qualcosa che l’Europa occidentale tende a dimenticare: nei conflitti più drammatici, la linea del fronte non coincide mai esattamente con il terreno. C’è un fronte che passa nelle coscienze, nelle scelte morali, nei comportamenti quotidiani. È lì che Shevchuk colloca l’Avvento ucraino, come una chiamata a vigilare non solo contro l’invasore, ma contro la tentazione dell’indifferenza, del cinismo, dell’egoismo che si insinua nelle crepe della paura.
La vittoria — insiste — non è solo militare: è spirituale. È la luce che deve prevalere sulle tenebre, la verità che deve resistere alla menzogna, l’amore che non deve essere inghiottito dall’odio. In un tempo in cui il linguaggio pubblico sembra incapace di pronunciare parole così assolute senza arrossire, Shevchuk osa evocare una dimensione teologica del conflitto. Non per sacralizzare la guerra, ma per ricordare che ogni violenza nasce da una sconfitta interiore e che ogni pace, se non poggia sulla giustizia, è solo una tregua fragile.
La sua lettera pastorale, letta nei villaggi spazzati dai blackout e nelle città sfinite, suona come una preghiera che non ignora la storia. Chiama il popolo a restare unito, a non farsi spezzare dalla fatica, a non cedere all’idea che la vittoria sia affare di altri. È un Avvento che non promette consolazioni facili; promette, semmai, che la speranza nasce quando le mani tremanti continuano a costruire nonostante tutto.
In fondo, Shevchuk dice una cosa semplice e scandalosa:
la libertà vale quanto si è disposti a sacrificare per custodirla.
E l’Ucraina, oggi, è chiamata a decidere se vuole ancora essere un popolo che sceglie la luce anche quando la notte sembra interminabile.
