In certi delitti, il tempo non porta verità: porta sedimenti. Strati sottili di interpretazioni, ipotesi, ricostruzioni, che si sovrappongono finché la vicenda diventa un terreno friabile, dove ogni passo rischia di essere un passo nel vuoto. Il caso di Garlasco è da sempre questo: un mosaico che non si compone, una domanda che continua a chiedere risposta a sedici anni di distanza, un dolore che interroga più di quanto non spieghi.

Ora, una nuova tessera ritorna tra le mani degli inquirenti: il DNA maschile rinvenuto sotto — o forse sopra, o forse vicino — alle unghie di Chiara Poggi. Il nome che riecheggia è quello di Andrea Sempio, amico di famiglia, giovane all’epoca dei fatti, figura rimasta a margine della scena per anni. Ma come accade spesso nei processi che diventano simboli, l’illusione della “prova regina” si sgretola rapidamente.

La genetista incaricata, Denise Albani, parla un linguaggio sobrio e devastante: moderatamente fortemoderatanon interpretabilecontaminazione possibilemateriale insufficiente. Parole che spengono l’enfasi, riportano la cronaca nel recinto del metodo, ricordano a tutti che la scienza non è un tribunale morale. La scienza, quando è onesta, conosce i propri limiti.

E i limiti qui sono abissali.

La perizia non può dire dove fossero le tracce — sopra o sotto le unghie — né come ci siano arrivate. Non può dire se la vittima abbia lottato. Non può dire quando si siano depositate. Non può escludere contaminazioni, trasferimenti avventizi, incroci casuali di cellule. Non può dire, in definitiva, nulla di ciò che la narrazione investigativa sperava di ottenere: un’illuminazione improvvisa su un caso inghiottito dalle ombre.

E allora emerge un paradosso tutto contemporaneo: la società pretende un verdetto dall’infallibilità del DNA, la più moderna delle reliquie forensi, mentre la genetica forense – se maneggiata su campioni minimi, degradati, mescolati, mal archiviati – restituisce soltanto probabilità, non certezze.

Così accade che la ricerca della verità debba fare i conti non solo con gli errori umani, ma con la fragilità stessa della materia biologica: provette unificate, materiale esaurito, un campione smarrito, aplotipi parziali mai consolidati. È un inventario che somiglia più a un archivio di ciò che non si può sapere che a un percorso verso ciò che si deve scoprire.

E qui si apre la seconda scena: quella mediatica.

Anche questa, prevedibile.

Una fonte investigativa parla di DNA “sotto le unghie”.

Una “svolta clamorosa”.

Una vittima che avrebbe lottato.

Un colpevole che sembrerebbe emergere dal passato come una sorta di fantasma rivelato dalla scienza.

Poi arriva la perizia, e tutto evapora.

Accade spesso: i processi mediatici sono più voraci dei processi reali. Hanno bisogno di ritmo, di volti, di colpevoli. La scienza, invece, cammina con lentezza, con dubbi, con precisazioni che sembrano cavilli e invece sono l’unico antidoto all’errore.

Ci sarà un’udienza il 18 dicembre.

Ci saranno consulenze di parte, controperizie, ricostruzioni, memorie difensive.

Ci sarà probabilmente una richiesta di rinvio a giudizio per Sempio.

E ci sarà, quasi inevitabilmente, una nuova istanza di revisione per Alberto Stasi, che nel frattempo ha quasi finito di espiare una condanna che una parte del Paese ha sempre percepito come figlia di una verità giudiziaria più che di una verità fattuale.

Ma resta una domanda sospesa, più grande delle singole posizioni processuali: quanto può pesare l’incertezza in un sistema che pretende di giudicare con certezza?

Il diritto lavora con i “ragionevoli dubbi”; la genetica, con le “compatibilità moderate”; l’opinione pubblica, con la sete di risposte nette. Nei casi più difficili, questi tre livelli non si incontrano: si sfiorano, si inseguono, si contraddicono.

Il caso di Garlasco torna così, ancora una volta, a ricordare a tutti – giuristi, investigatori, giornalisti, cittadini – che la verità non sempre si lascia catturare. Non dagli algoritmi, non dalle aspettative, non dai laboratori.

E che, nelle aule di giustizia come nella vita, niente è più pericoloso di una certezza priva di fondamento.

È da lì che spesso nascono le condanne sbagliate.

E da lì, talvolta, comincia la parte più amara della storia.