C’è un filo rosso, sottile e velenoso, che attraversa due decenni di politica internazionale: la tentazione di costruire guerre non sui fatti, ma sulle storie. Accadde in Iraq, quando il mondo venne trascinato dentro il vortice della «bufala» delle armi di distruzione di massa, orchestrata da un oppositore di Saddam in cerca di gloria e ascoltata da potenze distratte o compiacenti. E accade oggi attorno al Venezuela, dove un Premio Nobel scintillante e improvvisamente diventato “voce dell’opposizione”, Maria Corina Machado, sembra riproporre lo stesso copione: un nemico assoluto, accuse roboanti, e l’idea che solo l’intervento americano possa salvare la democrazia dall’abisso.

In realtà, ogni volta che si parla di regime change, più che la democrazia, rischia di vedere il proprio volto lo spettro di Ahmad Chalabi, l’uomo che aiutò a trascinare l’Occidente nel disastro iracheno. E non sorprende che oggi, davanti alle accuse a Nicolás Maduro – accuse che oscillano tra il fantastico e il fantasioso – siano proprio gli esperti più seri a evocare quel nome come un monito.

Machado sostiene che Maduro comandi contemporaneamente due organizzazioni di narcotraffico pronte a minacciare direttamente la sicurezza degli Stati Uniti. Un super-cartello guidato da un despota tropicale che complotterebbe perfino sulle elezioni americane: un racconto perfetto per soddisfare l’immaginario di Washington più interventista, una sceneggiatura curata nei dettagli, pronta per essere venduta come verità geopolitica.

Peccato che nessun dossier serio regga questo impianto narrativo. Le agenzie d’intelligence americane smentiscono il controllo diretto di Maduro sullo spauracchio più evocato, il Tren de Aragua, nato in carcere come gang locale e ben lontano dall’essere una macchina transnazionale capace di minacciare il Pentagono. Il famigerato Cartel de los Soles, poi, più che una struttura criminale unitaria, è una scorciatoia linguistica per descrivere la corruzione diffusa in alcuni segmenti delle forze armate venezuelane. Un fenomeno grave, sì, ma antico, complesso, e di certo non l’apparato militare-planetario dipinto da chi sogna un nuovo casus belli.

E quando perfino figure dell’opposizione venezuelana – da Henrique Capriles ad altri dirigenti di lunga data – definiscono “fantascienza” l’idea di un Maduro al comando di due super-cartelli, significa che qualcosa non torna. Non torna la sproporzione tra le accuse e i fatti. Non torna la velocità con cui certe narrazioni vengono raccolte da politici americani in cerca di nemici perfetti. Non torna il riflesso pavloviano di un’opposizione che, pur legittimamente contraria a Maduro, sembra tentata di trasformare la politica internazionale in un teatro dove il fine giustifica qualunque racconto.

È un copione antico: gli stessi errori, lo stesso entusiasmo per informazioni non verificate, la stessa voglia di credere alle storie che confermano le convinzioni del momento. «È incredibile», ha detto un ex ambasciatore americano, «come questi ragazzi siano troppo stupidi per leggere la propria storia». Incredibile ma vero: basta cambiare il nome del dittatore e il mercato delle bufale riparte, lucido, pronto a ingannare chi vuole essere ingannato.

Non che il Venezuela non abbia un dramma reale: Maduro ha guidato un crollo economico tra i più devastanti al mondo, e il suo governo ha macchiato il Paese di violazioni gravi della libertà e della giustizia. Ma la denuncia delle sue colpe non può diventare il passe-partout per costruire una guerra. La verità non può essere sacrificata alla strategia, né la disperazione di un popolo può diventare l’ornamento narrativo di chi cerca applausi a Washington.

C’è un limite che chi fa politica, soprattutto quando si rivolge al mondo, non dovrebbe superare: la manipolazione della realtà per ottenere l’intervento armato di potenze straniere. Un limite che Maria Corina Machado sembra sfiorare, se non già oltrepassare, allineandosi alla retorica più aggressiva della Casa Bianca, nel tentativo di trasformare una crisi nazionale in un’emergenza globale.

A farne le spese, come sempre, non sarà il regime, ma il popolo venezuelano. Quello vero, quello che non si riconosce nei toni estremi né nella propaganda di governo, né nella contro-propaganda dell’opposizione. Un popolo che ha già vissuto sulla propria pelle l’esilio, la fame, la violenza. E che non ha bisogno di essere consegnato a un nuovo ciclo di menzogne, questa volta importate dall’estero.

La storia dell’Iraq dovrebbe aver insegnato qualcosa: quando la politica confonde i desideri con le prove, il mondo intero paga il prezzo. E quando si costruiscono narrazioni per legittimare la forza, spesso la forza finisce per distruggere ciò che avrebbe dovuto salvare.

Il Venezuela merita la verità, non una verità confezionata. Merita la giustizia, non la giustificazione di una guerra. Merita libertà, non liberatori selezionati dal marketing geopolitico. E merita soprattutto di non diventare il prossimo fantasma creato ad arte nelle stanze dove i conflitti nascono prima che le bombe cadano.