Durante la visita del Papa nel Paese dei Cedri, Qana attende la sua pace e San Charbel lo accoglie
In un momento delicato della storia del Libano, il Papa è giunto a Beirut portando un appello alla pace e alla rinascita di un Paese stremato dalle crisi. Appena arrivato, gli sguardi si sono rivolti subito al sud, a Qana di Galilea, il villaggio che molti libanesi considerano il luogo in cui camminò Gesù e dove avvenne il suo primo miracolo: la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana.
Al di là del dibattito storico sul sito originale, Qana del Libano è divenuta un simbolo spirituale e nazionale, un punto in cui la gioia evangelica si fonde con le ferite della guerra.
Oggi, con la presenza del Papa sul suolo libanese, Qana ritorna al centro dell’attenzione come richiamo alla radice spirituale del Paese: una terra che molti ritengono impressa dall’impronta del Cristo, e un sud che attende una nuova “miracolosa” tranquillità dopo decenni di instabilità.
Per molti libanesi, la visita del Papa rimane incompleta senza una tappa a Qana, poiché la pace invocata dal Pontefice — ripetutamente nel suo discorso — inizia dal sud, dalle comunità che hanno pagato il prezzo più alto dei conflitti.
Ieri il Papa si è recato al santuario di San Charbel ad Annaya, una visita attesa con grande emozione. San Charbel non è soltanto un santo locale, ma una figura spirituale universale, che unisce credenti di religioni e culture diverse attraverso le numerose guarigioni attribuite alla sua intercessione.
San Charbel
Il ringraziamento dei libanesi al Papa per questa visita è già espresso: un gesto che riconosce la luce che Charbel continua a diffondere su un Paese ferito.
Eppure, Qana rimane un interrogativo aperto. Se la pace è il cuore del messaggio papale, si chiedono in molti: può davvero iniziare la pace senza il sud?
Un sud che porta la memoria del primo miracolo e le cicatrici delle guerre moderne. Un sud che attende da decenni uno sguardo consolante, una benedizione, un riconoscimento del proprio dolore.
La pace nel messaggio di Cristo
Nel Vangelo, la pace è un dono divino: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (Gv 14,27).
«Beati gli operatori di pace» (Mt 5,9), disse Gesù, e ancora: «In me avrete pace… abbiate coraggio, io ho vinto il mondo»(Gv 16,33).
Questa comprensione della pace risuona profondamente tra i libanesi, soprattutto alla luce delle parole di Dio a Mosè:
«Ho visto l’afflizione del mio popolo… ho udito il loro grido… e sono sceso per liberarlo» (Es 3,7–8).
Un versetto che sembra dare voce oggi al dolore di un popolo che continua a sperare nell’intervento della grazia.
Una pace sconosciuta?
Quando il Papa ha affermato che “la carovana avanza”, molti libanesi hanno percepito un messaggio implicito: il futuro potrebbe essere inevitabile e più grande della capacità del Paese di resistervi.
Ma a quale pace siamo invitati ad aderire?
Una pace senza contorni?
Una pace al prezzo della dignità?
Una pace che rischia di somigliare alla resa?
Il sud del Libano, che ha vissuto per decenni sulle linee del fuoco, si chiede con legittimità:
chi garantisce che la nostra dignità sarà protetta?
Chi assicura che non pagheremo noi il prezzo delle decisioni altrui?
Il Libano ha bisogno di una pace giusta, chiara e garantita.
Una pace che custodisca le persone prima dei confini.
Una pace che assomigli alla speranza di Qana e alla benedizione di San Charbel.
Una pace capace di trasformare veramente — come accadde un tempo a Cana — l’acqua in vino.
