Papa Leone XIV accolto in Libano

C’è un dettaglio, nel discorso di Leone XIV a Beirut, che merita più attenzione delle altre frasi, più ancora dei passaggi sulla riconciliazione e sulla fuga dei giovani: il Papa parla di una lingua che i Libanesi conoscono meglio di chiunque altro. Non l’arabo levantino, non le mille inflessioni che hanno portato la musica del Levante nei porti del mondo. Parla della lingua della speranza. Una lingua che non nasce spontanea, ma viene scelta. Coltivata. Tenuta viva con tenacia quasi ostinata.

E ieri, nel Palazzo Presidenziale della capitale, si è percepito che Leone XIV questa lingua la conosceva già. Forse l’ha imparata nei vent’anni di missione peruviana, tra popoli che hanno anch’essi vivisezionato sulla propria pelle la differenza tra il “restare” e il “fuggire”. O forse la conosce da sempre, perché è la lingua con cui la Chiesa parla quando decide di non limitarsi a denunciare, ma prova a riaprire una finestra nel luogo in cui i popoli respirano a fatica.

Il Libano — e chiunque lo frequenti lo sa — è una terra che ha esaurito il registro delle metafore per descrivere la sua crisi. È “laboratorio”, è “crocevia”, è “condominio delle fedi”, è “equilibrio instabile”, è “faglia geopolitica”, è “nave che affonda”, è “fenice che risorge sempre”. Tutte immagini vere, eppure insufficienti. Ieri il Papa ne ha aggiunta una nuova: la danza. La pace come danza. Non come equilibrio statico, non come armistizio di convenienza, ma come movimento: passi che si regolano sui passi degli altri, un ritmo che bisogna imparare prima di imporre.

In un Levante esasperato dalla logica delle appartenenze identitarie — che nel discorso papale tornano come ferite non rimarginate — questa immagine ha qualcosa di rivoluzionario. Perché non nega i conflitti, non sorvola sulle ingiustizie, non promette miracoli istituzionali. Ma suggerisce un metodo: ricominciare, e poi riconciliarsi, e poi restare. Tre verbi controcorrente, in un mondo che ha fatto del fuggire un diritto e del cinismo una forma di saggezza.

Il passaggio più duro, però, è quello sugli “equilibri precari” che molti scambiano per pace. Il Papa non li nomina, ma tutti in sala sanno a chi si riferisce: ai partiti confessionali che tirano la corda ciascuno dalla propria parte, alle ingerenze regionali che decidono governi, ai sistemi economici che promettono prosperità solo a chi ha il passaporto giusto. Quando Leone XIV dice che “la pace non è vivere separati sotto lo stesso tetto”, tocca la radice del problema: il Libano abita insieme, ma non vive insieme.

Eppure il suo discorso non è rassegnato. Anzi. Ha un tono quasi provocatorio quando chiede: “Come motivare i giovani a non cercare la pace altrove?” È la domanda che tutto il mondo dovrebbe mettere in agenda, non solo il Levante. Perché non è solo il Libano a perdere i suoi figli migliori. È il Mediterraneo. È l’Europa periferica. È l’Africa. È un mondo che genera partenze e poi si stupisce delle assenze.

La risposta del Papa è personale e politica allo stesso tempo: restare, quando è possibile. Restare come atto d’amore. Restare come scommessa. Restare come protesta contro le logiche della fuga. E qui Leone XIV compie un’operazione che nessun leader regionale osa più: restituisce dignità all’idea di patria senza scivolare nel nazionalismo. Lo fa citando Fratelli tutti, quella pagina in cui Francesco — il suo predecessore e maestro — difende insieme il globale e il locale, non come opposti ma come poli di una stessa identità.

L’elzeviro, oggi, dovrebbe concludersi con una domanda: la politica libanese sarà all’altezza di questa musica? Saprà davvero, come dice il Papa, diventare polifonia invece che rumore?

Non dipende dalla retorica. Dipende dal coraggio di una classe dirigente che ieri ha ascoltato parole dure, ma vere: la pace non è una parentesi, è un cantiere. E gli operai, a quanto pare, non mancano. Bisogna vedere se i capomastri avranno finalmente il fegato di lasciarli lavorare.

Forse è questa la vera sfida di questo viaggio apostolico: non commemorare Nicea, ma ricominciare Beirut. E dire, con una ostinazione che sembra ingenua solo a chi ha smesso di credere: la speranza si può imparare. Come una lingua. Come una danza.