Nel cuore di Istanbul, al Fanar, Papa Leone XIV e il Patriarca ecumenico Bartolomeo I hanno firmato una Dichiarazione congiunta che segna un nuovo passo verso l’unità delle Chiese: memoria di Nicea, impegno per una Pasqua comune e un forte appello alla pace in un mondo lacerato dai conflitti. Una pagina che potrebbe ridefinire il cammino ecumenico del XXI secolo.

C’è un filo che attraversa i secoli e ricuce lembi di storia che sembravano ormai consunti. È il filo dell’unità, fragile e tenace, che il 29 novembre 2025 ha ricominciato a brillare tra il marmo grigio del Fanar e il respiro inquieto del mondo. Papa Leone XIV e il Patriarca ecumenico Bartolomeo I hanno firmato insieme una Dichiarazione che, al di là dei protocolli, somiglia a un gesto che affonda le radici nel primo millennio: quando la Chiesa parlava una sola lingua e il Credo di Nicea era la risposta unanime alla domanda più radicale — Chi è Cristo?

Il pellegrinaggio a İznik, sulle rive tranquille dell’antica Nicea, non è stato soltanto un omaggio alla memoria. È stato il tentativo di riaprire un cantiere. L’unità cristiana non si ricostruisce con nostalgie, ma con il coraggio di tornare alle fondamenta: il Figlio “homoousios” con il Padre, il mistero trinitario che dà forma alla fede, il desiderio di una Pasqua unitaria che, per una felice convergenza del calendario, quest’anno ha già offerto una prova generale.

Nel testo firmato al Fanar c’è una doppia consapevolezza. La prima: l’unità è un dono che non si fabbrica, ma si invoca. La seconda: questo dono, tuttavia, non può essere atteso con le mani in tasca. Il dialogo teologico – quello vero, non quello agitato come una bandiera di appartenenza – resta indispensabile. Ma accanto ad esso, Leone XIV e Bartolomeo I mettono sul tavolo tre parole discretamente rivoluzionarie: contatti fraterni, preghiera, cooperazione concreta. Chi cerca solo il tavolo delle discussioni rischia di dimenticare che l’unità nasce spesso in cucina, nei piccoli gesti, nella fatica silenziosa del riconoscersi fratelli.

Il riferimento alla Dichiarazione del 1965 – quell’atto audace con cui Paolo VI e Atenagora tolsero dal cuore della Chiesa le scomuniche del 1054 – non è un omaggio da anniversario. È una sveglia. Sessant’anni dopo, i due successori dicono con chiarezza che la storia deve riprendere a camminare. E invitano – con una delicatezza che contiene una punta di santa provocazione – quanti si oppongono al dialogo a “ascoltare ciò che lo Spirito dice alle Chiese”. Perché lo Spirito, quando soffia, non chiede permesso ai nostalgici dell’immobilità.

Ma il passaggio forse più urgente è quello sulla pace. Mentre il mondo sembra riavvitarsi nella spirale dei conflitti, Roma e Costantinopoli pronunciano una verità che dovrebbe essere scolpita a lettere di fuoco: nessuno può usare il nome di Dio per giustificare la violenza. È un grido che nasce da due tradizioni diverse e complementari, e che suona come un avvertimento a ogni fondamentalismo: religioso, politico, identitario. E come un appello ai responsabili delle nazioni, affinché cessino di giocare a risiko con la carne dei popoli.

Infine c’è un tratto di speranza che sorprende per la sua sobrietà. Non è ottimismo di maniera. È fede nella tenacia di Dio, che “non abbandonerà l’umanità”. In un tempo in cui anche le religioni rischiano di diventare strumenti di appartenenza tribale, Leone XIV e Bartolomeo I ricordano a tutti che il cristiano non è colui che difende un recinto, ma colui che custodisce una promessa: la sacralità della persona umana. Ogni persona.

La Dichiarazione del Fanar non è un punto d’arrivo. È una pagina che domanda di essere continuata. Forse, tra qualche decennio, gli storici diranno che l’alba del 1700° di Nicea fu il momento in cui le due Chiese sorelle smisero di guardarsi come specchi incrinati e ricominciarono a riconoscersi nel volto dell’unico Signore. Forse.

Intanto, in questo scorcio di 2025, basta il gesto semplice di due uomini che, come Andrea e Pietro, si sono presi per mano nella città dei due continenti. Per ricordarci che l’unità non è un sogno: è un cammino. E che, a volte, la storia ricomincia proprio da un abbraccio.